Citazione da Ennio Flaiano (1910 – 1972).
martedì 5 novembre 2019
Il fascismo
martedì 8 gennaio 2019
sabato 27 ottobre 2018
domenica 8 luglio 2018
Possibili ritorni
«Credo che se sono diventato un certo tipo di scrittore, lo
devo alla passione antifascista.
La mia sensibilità al fascismo continua ad essere assai
forte, la riconosco ovunque ed in ogni luogo, persino quando riveste i panni
dell’antifascismo, e resto sensibile all’eternamente possibile fascismo
italiano.
Il fascismo non è morto.
Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una
alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.»
Leonardo Sciascia
in M. Padovani, La Sicilia come metafora,
Milano,1989, p. 85.
domenica 14 gennaio 2018
Giuseppe Leone, il paesaggio e la fotografia
Un articolo di N. Giaramidaro, del 2014, sul grande fotografo ragusano Giuseppe Leone.
Da Edizioni Kalós •
4 aprile 2014
“Il paesaggio è il grande malato
d’Italia. Quello che fu il Bel Paese fa scempio di se stesso, è sommerso dal
cemento. Che cosa sta succedendo agli italiani, che cosa ci acceca? È ancora
possibile indignarsi, recuperare memoria storica, riguadagnare spazio
all’insegna della Costituzione?” Queste le domande a proposito del libro di
Salvatore Settis “Paesaggio Costituzione cemento – la battaglia per
l’ambiente contro il degrado civile”.
Estrapolando dalle pagine del grande
archeologo si legge: “I danni al paesaggio ci colpiscono tutti, come individui
e come collettività. Uccidono la memoria storica, feriscono la nostra salute
fisica e mentale, offendono i diritti delle generazioni future. L’ambiente è
devastato impunemente ogni giorno, il pubblico interesse calpestato per il
profitto di pochi. Le leggi che dovrebbero proteggerci sono dominate da un
paralizzante “fuoco amico” fra poteri pubblici, dai conflitti di competenza fra
Stato e Regioni. Ma in questo labirinto è necessario trovare la strada… È
necessario un nuovo discorso sul
paesaggio... La qualità del paesaggio e dell’ambiente non è un lusso, è una
necessità, è il miglior investimento sul nostro futuro. Non può essere svenduta
a nessun prezzo. Contro la colpevole inerzia di troppi politici, è necessaria
una forte azione popolare che
rimetta sul tappeto il tema del bene
comune come fondamento della democrazia, della libertà, della
legalità, dell’uguaglianza”. Scheletri edilizi, città industriali morte, strade
che finiscono nel nulla: “paesaggi” che fanno pensare a bombardamenti di guerre
mai combattute se non clandestinamente, a colpi di mazzette. E’ un panorama che
ci è familiare.
Una mano sembra darla la fotografia.
Ma – dice Roland Barthes – “fotografare è un po’ morire”. Andate a dirlo a
Giuseppe Leone, se riuscite a trovarlo fra i muri a secco delle pianure iblee,
tra casali, carrubi, trazzere, olivi saraceni, acciottolati con pietre
d’inciampo e lisci, paesotti più giù o più su sulle linee ortogonali del suo
Summilux. Fra i riti delle feste religiose che sembrano “paesaggi” antropomorfi
con la loro ripetitività sempre diseguale: un abbozzo di gesto che muta la
scena come un nuovo germoglio nella campagna, un albero caduto, un muro che non
c’è più, un abbandono ancora impunemente maturato.
Peppino Leone fotografo con l’occhio
veloce, uomo dalle visioni rapide, abbastanza piccolo per sfuggire alle
lentezze degli over un metro e ottanta, sorriso che spalanca porte e
qualcos’altro, sapienza estro e immaginazione che altrove determinano fortune
senza freni. E’ il fotografo che più di tutti, in Sicilia, ha fotografato il
paesaggio. Non conosciamo le campagne né le topografie urbane delle altre
province così come quelle ragusane, scoperte con emozione sui libri firmati da
Leone, oppure svelate dai 30×40 in bianco e nero delle sue oramai innumerevoli
mostre.
Immagini ritagliate con il “rasoio di
Ockham”, cioè scelte semplici, con l’obiettivo attento a togliere il
soverchiante per riprendere senza arzigogoli nella forma e nella sostanza: un
rettangolo pulito di bianchi, grigi e neri, oppure di colori che non escono
dalle loro ragionevoli gradazioni. La memoria. Anche se secondo Emil Cioran “La
sola funzione della memoria è aiutarci a rimpiangere”. Ma Alexander von
Humboldt diceva che si deve “ritrarre il paesaggio come forma di conoscenza”,
almeno.
Quindi niente vedute, belvederi,
panorami, landscapes. Peppino Leone non vuole suscitare il desiderio di
visitare i luoghi, i suoi luoghi; il suo fine non è la meraviglia – lui che è
nato e vive nel barocco siciliano – ma fornire elementi di riflessione sull’ormai
drammatico rapporto uomo-natura. Posso utilizzare una frase di Cornell Capa,
fratello del più famoso Robert, a proposito del paesaggio, dei luoghi di
Peppino Leone: “Mostrare le cose che devono essere corrette e mostrare le cose
che devono essere apprezzate”. E Moholy Nagy soggiunge: “Bisogna contribuire
alla costruzione del proprio tempo con i mezzi che gli sono propri”. Anche con
la fotografia.
Possiamo imparentare Leone con gli
americani della “Neotopografia”, Stephen Shore, Robert Adams e diversi altri
che hanno nomi più difficili da pronunciare. Fotografavano, e continuano a
fotografare, il paesaggio alterato dall’uomo.
Non è un caso che il primo libro di
Leone, “La pietra vissuta”, pubblicato da Sellerio nel 1978, oltre a un testo
sul paesaggio dell’architetto Mario Giorgianni, contenga un saggio di Rosario
Assunto, filosofo delle forme e precursore della tutela del paesaggio “naturale
o progettato dall’uomo”. Nel suo fondamentale libro del ’73 (edizioni
Novecento) “Il paesaggio e l’estetica”, si può intravedere il problema di fondo
che il filosofo si pone: le categorie, anzi la “categoria”, cioè la bellezza,
“l’idea che tutte le altre riunifica e in cui si affratella la verità e il
bene”.
C’è nelle fotografie di Leone, fra
carrubi, noci, muri di pietra, guglie di montagne e campanili, preziose
facciate e miraggi siciliani un riverbero non lieve dell’idea di bellezza così
come intesa dal nisseno Assunto; bellezza che tramuta una veduta, una
panoramica in un paesaggio dal quale traspare la storia dell’uomo e quella
della natura.
Per questo mi autorizzo a sospettare
che i luoghi di Montalbano sono come scelti da Peppino Leone:
Montalbano-Camilleri, seppure nella finzione e nella finzione della finzione,
non hanno potuto sottrarsi alla ineluttabilità della bellezza.
lunedì 25 dicembre 2017
Le Storie di legno di Iano Catania
Quella di Palazzo Montesano è una
mostra e nel contempo un museo, o meglio un’istallazione postmoderna destinata
a divenire permanente: la difficoltà a definirla sta non nei contenuti ma nel
soggetto che li ha realizzati, l’artista. Che, di norma si cela dietro la sua
opera, attraverso la quale spera di suscitare attenzione, stupore, consenso o
dissenso e alla fine, diciamolo chiaro, apprezzamento per il proprio messaggio.
Parliamo di un comune artista. Non il nostro, che si chiama,
lo sapete tutti, Iano Catania e si definisce artigiano, non artista. Ebanista,
puntualizza. Cioè antepone alla creazione artistica, il rapporto umano con le
persone e la materia; e pertanto l’etica all’estetica.
Non ci addentreremo nel complesso dibattito sulla funzione
dell’arte, sulla preminenza o no dei contenuti, sul suo rapporto con la società
e la politica. Perché voglio parlare della persona non delle sue opere.
Che mi piace definire poeta: uno che non solo crea ma
racconta.
Non lo dico io, lo dice Platone – sulla cui autorevolezza
penso siamo tutti d’accordo – e la sua definizione di poeta la traggo dal Simposio:
Tu sai che poiesis è qualcosa di molteplice.
Ogni atto per cui qualcosa passa dal non essere
all’essere è poiesis, cosicchè le varie operazioni
dipendenti da tutte le arti sono poièseis
e i loro artisti sono tutti poietai.
Tu sai che poiesis è qualcosa di molteplice.
Ogni atto per cui qualcosa passa dal non essere
all’essere è poiesis, cosicchè le varie operazioni
dipendenti da tutte le arti sono poièseis
e i loro artisti sono tutti poietai.
Il poeta Catania ha creato e raccontato centinai di storie
(alcune le leggerete nell’allestimento) le ha raccontato col suo personale “verso”
per oltre sessant’anni ribadendo, a chi ha voglia di ascoltarlo, il suo rapporto con l’arte e con la materia
oggetto della sua creazione, il legno; il suo punto di vista sulla gestione
della pòlis e sui valori, quelli comuni e quelli personali.
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| Foto Tony Vasile - 2013 |
*
Ad Jano Catania piace parlare. E lo
fa con capacità affabulatoria, padronanza semantica e sintattica, dentro
percorsi narrativi dove il proprio vissuto si insinua come grimaldello etico.
Del proprio percorso di
vita, in particolare del primo dentro il quale si situa il difficile approccio
col mondo del lavoro, compresa la dura esperienza di migrante, ha un ricordo
netto e chiaro. Il giovane meridionale che incontra prima la città di Milano e
poi approda a Francoforte, Zurigo, Basilea e Ginevra è privo di linguaggi e di
difese nei confronti di quelle “culture” ostili ed ammalianti. La madre gli ha
ricordato che da quelle parti molta gente ha
perso la bussola, tornando – o peggio non tornando affatto – del tutto diversi.
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| Foto Tony Vasile |
*
Sì la madre. La prima ed unica storia
che vi propongo (le altre le leggerete al Museo)
è il racconto dell’amore filiale, della sacralizzazione dei
valori umani e familiari.
Nel 1992 muore la madre e Sebastiano Catania decide di
ricordarla con un “segno” imperituro, collocato nel luogo sacro di devozione
popolare più amato dai chiaramontani, il Santuario della Madonna di Gulfi. La
materia con cui esprimersi, ovviamente, il legno. Nasce così, pezzo dopo pezzo,
un corpus che si inserisce in
consonanza estetica e funzionale nella sacrestia: prima la cappella con grande
Crocefisso, poi il primo e il secondo armadio (replica dell’antico casciarizzo), due cassettiere, il
massiccio tavolo centrale, la porta del Giubileo, le teche lignee per gli ex
voto; e poi esaurito ogni spazio in questo primo ambiente, in chiesa, l’ambone,
l’altare conciliare, la croce astile e
persino le bacheche all’ingresso. Un lavoro, oltre che corposo, impegnativo e
lungo, ultimato solo qualche anno fa. Che va più che ammirato letto, perché c’è
incisa la visione del sacro e del mondo dell’autore, quella pietas che sostiene il percorso umano
dell’artigiano Catania: percorso intriso in pari misura di lavoro e
accettazione dei valori antichi della sua comunità, che intende perpetuare e
additare alle nuove generazioni.
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| foto Tony Vasile |
*
C’è anche il racconto di quando a Chiaramonte c’erano decine
e decine di botteghe artigiane (falegnami, fabbri, imbianchini-pittori,
lattonieri, conciapelli e calzolai, putiari
ecc.) presenze che animavano spazi dell’abitato e del vissuto quotidiano. In un
rapporto di mutualità e cooperazione, mista a diffidente competizione, che faceva
interagire uomini e utènsili – preziosi e rari in un’economia ancora elementare
con preminenza della manualità – attraverso i cancelli o le porte finestrate
dei dammusi casa e putia.
Non si buttava via niente: i circieddi del falegname o gli scàmpoli viaggiavano verso le altre
botteghe, incrociando altri scarti o frammenti che esaudivano momentanei e
precari assemblaggi e rattoppi nelle altre botteghe; o richieste di vicine e
ragazzi (ricordate i carramatti, le spade, i fantasiosi giocattoli della nostra
fanciullezza: da lì venivano, non dal Toys
Market o da Amazon).
Un giorno il maestro Giovanni De Vita, la cui bottega era a
due passi da quella di Catania, doveva spedire, a Parigi ad un’importante
mostra, un dipinto raffigurante S. Paolo (oggi esposto nella Pinacoteca) e
siccome parliamo di circa cinquant’anni
fa, bisognava creare l’imballaggio
adatto: la soluzione nella bottega e mastria
dell’amico Iano Catania!
E non era un caso isolato. Poco prima era stata la volta del
lattoniere, per il foglio di lamierino zincato su cui dipingere la Madonna di
Gulfi destinata ad un’edicola votiva del vicino cortile; e anche questa volta, oltre
al lattoniere, era intervenuto il falegname per il telaio, il muratore
scalpellino per azzizzare l’icona
corrosa dal tempo e dalle sbandate dei carramatti, il ferraro per la grata di protezione, e quanti altri non so. Di certo
so – me l’ha raccontato con ironia e compiacenza il maestro Catania – che il
tutto spesso, dedotte le spese vive, era gratis
et amore.
Il lattoniere ad esempio era Saro Bentivegna – bottega a metà
via Corallo – altro personaggio casa e
putia, fascinato dalla memoria e strenuo difensore dei frammenti e valori
del tempo andato, e alcuni li conservava in un’angolo della bottega, per chi aveva
voglia di sentirne il racconto antico, condito dal ritmico battere del
martello. E c’erano pure il sarto, il ciabattino, il fotografo, il pingisanti …
La gran parte come i protagonisti dell’Antologia di Spoon River
– non dissimili per percorsi di vita e tenace attaccameto al lavoro, famiglia e
valori – dormono sulla collina. La polvere del tempo intrisa di memorie e
vissuti si è in parte depositata nellla vecchia bottega di Iano Catania. Oggi,
lui stesso, ci invita (attraverso l’audace ed essenziale allestimento del
figlio Raffaele a Palazzo Montesano) a sbirciare dentro la sua bottega tra
attrezzi, scampoli di lavori, saggi e realizzazioni, per leggervi non del tutto sopraffatte dalla
polvere del tempo le cento storie di questa antica e orgogliosa comunità intrisa
di etica contadina e religioso attaccamento ai valori del lavoro e della
famiglia. Come atto d’amore: prima di tutto alla sua famiglia e poi
alla sua città.
domenica 3 dicembre 2017
lunedì 18 settembre 2017
Il mistero della Vuzzulera e i tesori nascosti
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| La grande quercia di c.da Paraspola |
La quarta passeggiata sotto le stelle (venerdì 22 settembre 2017, ore 18) ha come percorso e tema gli ulivi saraceni di c.da Paraspola e alcuni misteri e racconti popolari ad essi legati. Relativamente ai fatti della Vuzzulera riporto parte di un mio testo pubblicato in Il segno e il rito (2007)
1854: il delitto della Vuzzulera
Anche se fra tutte sembra la più assurda, questa, è
storia, anzi cronaca.
A qualche centinaio di metri in linea d’aria ad est
del Paraspola, in territorio di
Chiaramonte Gulfi, si estende la contrada Buzzolera
anch’essa fin dall’antichità intensamente coltivata; qui sorge la chiesetta di
S. Elia e una sorgente d’acqua. Poco più in alto della sorgente e della chiesa,
per una trazzera a questa tangente, si arriva al caseggiato del fu canonico
Salvatore Ventura, che come tanti altri aveva la sua cappella.
E’ la notte del 5 febbraio 1854; nella casa del
canonico attorno al focolare stanno il mezzadro Vito Pepi di anni 42, il figlio
Paolo di 12 anni e Mariano Sinatra, il garzone, di 16. Fuori nevica.
Bussano alla porta e il Pepi va; accertatosi dalla
voce che è persona conosciuta, apre. Quando si accorge di essere stato
ingannato non fa in tempo a ritrarsi: una coltellata dietro l’altra lo
inchiodano al suolo in un lago di sangue. Tre uomini irrompono nella stanza (un
quarto, Francesco Amato, quello che si era fatto riconoscere, resta fuori a
controllare la situazione) e senza esitazione finiscono il garzone. Il figlio
di Pepi terrorizzato implora pietà. Gli assassini sembrano insensibili, come in
trance: ucciso anche costui lo
gettano nel fuoco, poi aggiungono i corpi degli altri due sventurati.
Ora si avviano verso la cappella, vanno verso
l’altare e cominciano a scavare. Cercano l’oro, il tesoro. Sì: perché anche per
questa cappella c’è una storia
popolare che parla di tesoro e d’oro. E loro che ci credono, lo cercano.
Inconsciamente ottemperavano alla prima condizione
per spignare* una truvatura: il sacrificio di un essere
umano.
Adesso bisognava cercare e saper cercare.
Ficiru ni
l’artari na furnera
Ni li mobili
ficiru apertura.
Nenti truvaru pi la so
svintura
Nidda nuttata
friddusa e scura
La notizia dell’eccidio giunge in città e desta
grande commozione e sdegno. I responsabili, in breve tempo, tutti e quattro
vengono assicurati alla giustizia; a due, Mariano Ferrante detto Ciresi e Michele Distefano, artefici dei
delitti, fu comminata la pena capitale, ad Antonio Mosca e Francesco Amato,
come complici, fu inflitta la condanna del carcere a vita.
L’impiccagione dei due rei avvenne l’anno
successivo.
O mammi e patri ca lu munnu siti
Si aviti figghi, beni l’insignati,
ri lu ciantu
no nu vi affriggiti,
ca Dio cumanna
ciantu e vastunati.
Suddu cu li
lignati nun ci putiti,
va mannatili
prestu carzarati,
ri stu fattu
l’esempiu n’aviti
successu a
Ciaramunti…
tristemente
ammonisce il poeta popolare Luciano Iannizzotto (1819 – 1884) iniziando a
narrare il tragico evento nel poemetto L’assassiniu
a la Vuzzulera**.
* Spignare un tesoro: eseguire gli atti e le pratiche rituali necessarie per impadronirsi di un tesoro nascosto.
Ad un rito cruento e terribile fa riferimento la leggenda attorno alla Chiusa di S. Maria in contrada Dicchiara, sempre nel territorio di Chiaramonte, dove doveva esistere un nucleo abitativo antico con annessa chiesa. Il Melfi agli inizi del secolo sondando la zona (Riassunto sulle scoverte fatte lungo il Dirillo, Noto, 1925) annotava: «Faccio notare che in questa chiusa di S. Maria il popolo crede trovarsi un tesoro in una grotta, che fin’ora non si è potuto appropriare, perché non si è trovato il bambino di sette anni da uccidersi, occorrendone il sangue, il fiele e il cuore.
Sconosciamo da dove trae origine questa leggenda, tanto che portatici ad osservare la grotta, costatammo essere di tre lati circondata di avanzi di basi di fabbrica, e nella volta si osserva quell’apertura chiusa di lastra che la fa giudicare una sepoltura comune dentro una chiesa, il tutto non dissimile di quanto osservammo in Gulfi tra i ruderi della chiesa di S. Nicola.».
Ancora attinenza con il fatto di cronaca “nera” della Vuzzulera ha la narrazione popolare ambientata a Frigintini (Modica) nella contrada Cipudduzza in un passato indeterminato (ma non sappiamo quanto la leggenda abbia sopraffatto il possibile accaduto): «Qui c’era una chiesetta campestre, dove era celato un tesoro che richiedeva, a differenza di altri, un sacrificio umano, e il “coraggio” di mangiare parti della vittima. Un uomo e una donna presero la terribile decisione di tentare e destinarono a vittima sacrificale un loro figlioccio, un bimbo di nome Clemente. E come voleva il rito, dopo averlo ucciso, gli strapparono cuore e fegato e cominciarono a mangiare. E più andavano avanti nell’empio pasto più dall’altare cadevano sul pavimento ai loro piedi monete d’oro. E il mucchio era già grande e copriva il corpo esanime della vittima, quando la donna non ebbe la forza di inghiottire l’ultimo pezzetto di fegato e lo gettò via a terra. Ma ecco che di colpo quell’oro si trasforma in carbone e i due impietriti, restano con l’orrore di un inutile misfatto» (G. Cultrera, Itinerario ibleo, Ragusa, 1993, pagina 103).
Stavolta abbiamo dei dati precisi relativi al prete che lo celò, che aveva nome Settimo Cannizzo, e all’epoca, il secolo XVIII° relativamente vicino a noi. L’ubicazione, invece, è più imprecisa, per lo meno oggi che in contrada Paraspola non è più identificabile il palazzo dei Cannizzo e la relativa cappella di famiglia.
La leggenda, che si pone all’interno di fatti realmente accaduti e quindi storici, narra che crollata nel 1693 per il disastroso terremoto la chiesa di S. Filippo di Chiaramonte, Don Settimo Cannizzo, cappellano di questa, in attesa della ricostruzione, trasportò la statua di S. Orsola nella chiesetta della casa di campagna in contrada Paraspola.
La morte lo colse prima che fosse completata la chiesa, per cui il progetto di dotare S. Orsola di una cappella rimase inattuato. E inattuabile, perché con la scomparsa di Don Settimo si estingueva pure la famiglia Cannizzo.
Fin qui i fatti accertabili.
La leggenda popolare sostiene che sotto l’altare di quella chiesetta di contrada Paraspola sta seppellito un sacco pieno di monete d’oro, che sarebbero dovute servire per edificare la cappella di S. Orsola. E difatti la Santa nella notte della sua festività, fa vedere questo tesoro; solo che non ha ancora deciso a chi donarlo.
Un pastore di passaggio, molti anni orsono, vide che in una delle grotte che sovrastano la valle del Paraspola c’era luce; quando si avvicinò vi trovò una fiera dove comprò un’arancia per l’irrisorio prezzo di un grano. Strana fiera, invero, perché con stupore il pastore (che non era di queste parti) si accorse arrivato al suo paese che quell’arancia era d’oro. (C. Melfi, La leggenda del tesoro di S. Orsola, in Estratto da “Archivio per le tradizioni popolari”, Palermo 1904)
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| Un ulivo secolare (saraceno) nel territorio di Chiaramonte Gulfi (RG). Ph.: Pippo Bracchitta |
mercoledì 13 settembre 2017
Vorrei che
Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine di strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Buzzati
martedì 29 agosto 2017
Le neviere di Chiaramonte, il segreto del sorbetto, il canto del bosco
Le Passeggiate sotto le stelle 2017 inizieranno Venerdì 1 settembre con il primo
appuntamento sulle montagne sovrastanti Chiaramonte attorno all’Arcibessi, dove
sono ubicate molte neviere destinate , in passato, a contenere la neve raccolta
d’inferno nei declivi circostanti.
L’appuntamento è nell’ampio parcheggio dell’Antica stazione alle 18; da qui ci si avvierà, con la solerte assistenza
della Protezione civile (gruppo Alfa) di Chiaramonte Gulfi e la guida di
Giuseppe Cultrera, ideatore di questa originale forma di intrattenimento
culturale, ormai alla sesta edizione. La passeggiata tra Contrada Santissimo e
il crinale dell’Arcibessi, prevede la visita ad alcune di questi antichi
depositi del ghiaccio, oramai vuoti ed abbandonati da circa un secolo. La più
grande, nota come neviera dell’Arcibessi, è ubicata lungo lo stradale che
percorreva il crinale dell’altopiano del Santissimo; accanto quella dei
Macellai restaurata dalla Forestale ed
adattata a cisterna.
Proseguirà la serata
fino alle 20,30 con l’incontro con Luigi Romana, studioso delle neviere
madonite, dove ogni anno in un’affollata kermesse ripropone l’antico rito della
realizzazione della granita secondo il metodo antico (immutato dagli arabi al
secolo scorso) che prevede l’uso del ghiaccio delle neviere, del sale, zucchero
e succo di limone e tanto olio di gomito. Luigi Romana racconterà questo rito
in uno con la dimostrazione pratica. Interverrà anche Luigi Lombardo, etnoantropologo, che si è
interessato alle neviere del versante siracusano e dell’Etna. Giuseppe Cultrera
(L’industria della neve: neviere degli
iblei, 2001) darà un cenno su quelle dell’area ragusana. Finito il
procedimento di realizzazione della granita (sarebbe più esatto parlare di
sorbetto) verrà offerta al pubblico per l’assaggio. Ce ne sarà per tutti. Perché
verranno impiegati: 30 kg di ghiaccio, 9kg di sale, 9 lt. d’ acqua, 2,5 Kg di
zucchero, 2,5 lt di succo di limone!
Matteo Armenti e Francesco Licitra condiranno di musica
popolare questi momenti di intrattenimento. All’interno dei quali un canto per
il bosco ferito (la passeggiata ne darà evidente visione) avrà le parole di
Andrea Parasiliti e la voce recitante di Marta Laterra. Le stelle e la luna sopra
daranno la giusta poesia ad una
serata di fine estate.
A seguire il programma completo.
Passeggiate sotto le stelle
Chiaramonte
Gulfi, cinque appuntamenti settimanali,
ogni venerdì sera dal 1° al 29 settembre 2017
a cura di Giuseppe Cultrera;
interventi di: Matteo Armenti, Gianni Battaglia, Gino Carbonaro, Vito Cultrera, Gina
Cusumano, Nello Gurrieri, Giovanni Laterra, Marta Laterra, Francesco Licitra,
Luigi Lombardo, Sebastiano Molè, Roberto
Nobile, Martina Occhipinti, Andrea G. Parasiliti, Tano Rabito, Luigi Romana,
Ciccio Schembari.
1 - Venerdì 1 settembre, ore 18: Le neviere, il segreto dell’antico sorbetto, canto del bosco.
Appuntamento: Antica Stazione
(ore 18). La protezione civile curerà l’informazione e la sicurezza dei
partecipanti.
2 – Venerdì 8 settembre, ore 21: I luoghi di Vincenzo Rabito.
Appuntamento Piazza Duomo,
accanto al museo (ore 21).
3 – Venerdì 15 settembre, ore 21: Filastrocca chiaramontana.
Appuntamento: Piazza Duomo,
ore 21.
4 – Venerdì 22 settembre, ore 18: Gli ulivi saraceni, la grande quercia e il mistero della Vuzzulera.
Appuntamento: Paraspola,
incrocio stradale Muti con stradale Canseria (accanto alla grande quercia) e,
in alternativa per chi viene da fuori o non conosce i luoghi, Piazzale del
Santuario di Gulfi (entro le 18).
5 – Venerdì 29 settembre 2017,
ore18 : Villa Fegotto. La dimora del
potere e il cantastorie ribelle.
Appuntamento: Villa Fegotto,
in alternativa, per chi viene da fuori o non conosce i luoghi, Bar Pentagono
(entro le 18).
Solo per prenotazione (90
posti).
giovedì 20 luglio 2017
sabato 13 agosto 2016
La memoria restaurata
A proposito del restauro di una edicola sacra in c.da Santissimo (Chiaramonte Gulfi)
Di recente è stata restaurata una antica edicola, nota con la denominazione di Santissimo; si trova a Chiaramonte Gulfi, al confine col territorio di Ragusa, nella contrada che mutua da lunga data la denominazione, contigua alla più nota di Maltempo. Corrado Melfi (Le vie dell'agro chiaramontano, 1924) parlando delle principali regie trazzere del territorio attesta la presenza di questa struttura cultuale: "Quella che scende da Maltempo (strada) dove vi è una nicchietta con effigiato l'Ostensorio, che alla località dà pure il nome di Santissimo fu detta la via di Modica perchè era l'unica strada che recava nella città dove si svolgevano gli affari della Contea."
Che fosse molto antica, oltre al toponimo (riscontrabile in atti del secolo XVII), lo si evince da un'altra formella/edicola accanto alla porta dell'Annunziata, sempre a Chiaramonte, unico resto del castello medievale. E' collocata proprio accanto alla porta dalla parte interna: ad essa il cittadino che usciva o arrivava rivolgeva un saluto ed una preghiera. Stessa funzione aveva questa edicola posta al limite estremo (uscita ed accesso) del territorio chiaramontano confinante con Ragusa e (allora) la provincia di Siracusa.
Il restauro (da quanto ho saputo) è stato curato dai proprietari della casa e terreno limitrofo, che la ricordavano da ragazzini; anche in ricordo dei loro avi che ne avevano curato la conservazione.
Fu diverse volte ricostruita; poi si demolì in buona parte negli anni 50 del secolo scorso, dopo che ne fu asportata l'icona, un bassorilievo che rappresentava il Santissimo Sacramento. Ma già prima aveva subito uguale sorte un altra più antica icona, fatta oggetto - sembra - dai cercatori di tesori.
Ne parlavo nella scheda (che riproduco sotto) all'interno del volume IL SEGNO E IL SITO edicole cappelle e luoghi sacri nel territorio di Chiaramonte, Utopia Edizioni, 2005; pagina 128.
Che fosse molto antica, oltre al toponimo (riscontrabile in atti del secolo XVII), lo si evince da un'altra formella/edicola accanto alla porta dell'Annunziata, sempre a Chiaramonte, unico resto del castello medievale. E' collocata proprio accanto alla porta dalla parte interna: ad essa il cittadino che usciva o arrivava rivolgeva un saluto ed una preghiera. Stessa funzione aveva questa edicola posta al limite estremo (uscita ed accesso) del territorio chiaramontano confinante con Ragusa e (allora) la provincia di Siracusa.
Il restauro (da quanto ho saputo) è stato curato dai proprietari della casa e terreno limitrofo, che la ricordavano da ragazzini; anche in ricordo dei loro avi che ne avevano curato la conservazione.
Fu diverse volte ricostruita; poi si demolì in buona parte negli anni 50 del secolo scorso, dopo che ne fu asportata l'icona, un bassorilievo che rappresentava il Santissimo Sacramento. Ma già prima aveva subito uguale sorte un altra più antica icona, fatta oggetto - sembra - dai cercatori di tesori.
Ne parlavo nella scheda (che riproduco sotto) all'interno del volume IL SEGNO E IL SITO edicole cappelle e luoghi sacri nel territorio di Chiaramonte, Utopia Edizioni, 2005; pagina 128.
Mi fa piacere segnalare questo recupero e salvaguardia di un elemento di cultura popolare, che se anche non notevole come manufatto artistico, rappresenta parte della nostra identità e memoria. Si aggiunge al restauro della Edicola sacra di c.da Piano dell'Acqua - dedicata alla Madonna di Gulfi - che oggi pomeriggio viene riconsegnata, così come era nel secolo scorso.a quella comunità.
| Chiaramonte Gulfi, contrada Santissimo. Edicola sacra. |
Scheda 17 ~ (Santissimo), edicola; c.da Santissimo.
Posta al limite del
territorio comunale, fu già violata una prima volta all'inizio secolo, e in
quell'occasione l'icona fu sostituita con una analoga esistente nella via Gulfi
recuperata nella ristrutturazione di una abitazione (restano ancora due teste
d’angelo a destra e sinistra del luogo dove era collocato il bassorilievo).Resta solo lo zoccolo e
parte dell'edicola; il bassorilievo raffigurante il Sacramento fu asportato
negli anni 50/60. Dando fede a testimonianze da me raccolte, fu distrutta da
cercatori di tesori.
Indicata sulla carta IGM.
Bibl.: Notizie sull'edicola
in: G. Puccio, Cenni corografici sulla città di Chiaramonte, Ragusa 1908: pag. 21; C. Melfi, Le vie dell'agro, op. cit. pag. 4.
domenica 7 agosto 2016
Chiesa di S. Vito - Chiaramonte Gulfi
A margine della terza passeggiata sotto le stelle, dedicata alla chiesa di S. Vito, ecco alcune notizie storiche:
V. Amico, Lexikon Topographicum Siculum, studium et labore S. T. D.
D. Viti Amico et Statella Ordinis Sancti
Benedicti. 3 voll.; Panormi, excudebat Petrus Bentivegna, 1757; Catania, 1760.
![]() |
| da un dipinto di Giorgio Distefano |
Appunti per una storia della
Chiesa di S.Vito – Chiaramonte Gulfi (rg)
Nell'antico abitato di Gulfi
– distrutto nel 1299 durante la guerra del Vespro da Ruggiero
Lauria al comando di un drappello filo
angioino – era esistente una chiesa dedicata
al protomartire San Lorenzo (ubicata nella omonima contrada - ritrovata e indagata di recente, 2009 )
Nella rinata città che prese
nome dal fondatore e signore Manfredi Chiaramonte, una delle prime chiese fu
dedicata al martire S. Lorenzo: sorse fuori dalla cinta muraria nel quartiere
popolare di sud ovest, al limite estremo del borgo.
Nel XVI secolo, infuriando la
peste, i cittadini chiaramontani si votarono a S. Vito, eleggendolo protettore
della città ed in seguito patrono, dedicandogli la chiesetta di S. Lorenzo cui
fu riservato solo un altare.
Le fasi di ampliamento,
restauro, ristrutturazione o ricostruzione dell’edificio sacro, sono
ipotizzabili solo attraverso vaghi e frammentari riferimenti storici,
documentali, di memoria e tradizione popolare.
Alcuni punti fermi potrebbero
essere:
- metà del secolo XVI (tra
1530 e 1550): elezione di S. Vito a patrono e dedicazione dell’edificio sacro
preesistente (intitolato come detto a S. Lorenzo protomartire) con ovvie
modifiche o ristrutturazioni per adattarlo al nuovo titolare;
- 1530 una confraternita
laicale “sotto titolo di S. Vito” si riunisce
in questa chiesa (1)
- 1572 fiera di S. Vito: in
un documento conservato all’archivio di stato di Ragusa, già citato nel secolo
scorso dal Melfi (2) e riproposto integralmente dal Prof. Giuseppe Raniolo (3), si statuisce la gestione e realizzazione
della solenne fiera in occasione dei festeggiamenti patronali;
- 1591 la chiesa è gestita
dai carmelitani, chiamati dalla “Università” a curare culto e chiesa;
- 1616 Precetto
per la celebrazione di S. Vito il 15 giugno di ogni anno: privilegio
concesso dal vescovo di Siracusa mons. Giovanni Torres nel 1616; attestato dall’editto del 1 giugno del
parroco di S Maria La Nova Mariano Cutraro. Documenti in P. Samulele Nicosia, Notizie storiche su Chiaramonte (4).
- 1650 la chiesa ha 10
altari: citata nella relazione sullo Stato dei regolari, redatta dagli ordini
religiosi su richiesta di papa Innocenzo X (oggi nel fondo dell’Archivio Segreto Vaticano) (5).
- 1662 la chiesa
ampliata dalla parte di Levante: il
Melfi trascrive un documento rinvenuto
nella biblioteca di Palermo (6) testo di una epigrafe; molto simile a quella
esistente nella chiesa, con stessa data 1662.
-1693 colpita dal sisma, la
chiesa però non crolla del tutto: lo si può dedurre e rilevare dall’utilizzo,
attestato nel registro dei morti della chiesa madre, per la sepoltura di alcuni
deceduti nel sisma (7).
- Primi anni del secolo
XVIII: un intervento di restauro e
ristrutturazione a seguito dei danni del terremoto, non attestato
esplicitamente da alcun documento, ma ovvio anche perché tramandato dagli
storici locali e dalla memoria popolare.
- 1719 Benedetto Cultraro,
scultore chiaramontano, realizza il ferculo processionale per la statua di S.
Vito; legno intagliato scolpito e indorato (8)
- 1733 ulteriore intervento
di restauro e abbellimento: decoro con stucchi e sette altari in marmo; (9)
- tra fine settecento ed
inizio ottocento: altro intervento. Testimoniato dalla presenza dello scultore
catanese Carmelo Bonaventura, autore
dell’altare maggiore (notevoli le virtù teologali in marmo di Carrara) e di
alcuni altari minori. Nei registri di esito
1798/1803 c. (10)
- 1870 c. Rosario e Mariano
Distefano lavorano agli ornati e sculture del nuovo prospetto
- 1893 Gaetano Distefano
consegna il quadro dell’altare maggiore raffigurante S. Vito
che compie un miracolo alla presenza dell’imperatore Diocleziano (11)
- 1900-1910 Nicolò Distefano
dipinge i quadroni della volta (12); contemporaneo un intervento all’interno
della chiesa;
- 1910 altri restauri (voluti
dal sac. Mariano Ferrante, rettore della chiesa) documentati nei registri di Introito ed Esito della
chiesa
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| (sopra) Antica foto con il vecchio campanile - (sotto) Costruzione del nuovo campanile (1930) con accanto il vecchio in avanzata fase di demolizione |
- 1926 nuovo campanile
edificato dai mastri Calabrese su progetto dell’ing. Giuseppe Gafà (1897 - 1973).
Una delle prime opere. Ultimato nel 1930 c.
In una foto antica, si notano
i due campanili, il vecchio in demolizione e il nuovo in costruzione; un’altra
foto, di proprietà della figlia, mostra la stessa fase e la presenza dell’ing. Gafà e del rettore
Mariano Ferrante.
![]() |
| [Archivio Pino Riggio - Chiaramonte Gulfi] |
NOTE:
(1) Notizia in Melfi (La
Sicilia sacra, Palermo 1900, pagina 108).
(2) C. Melfi, Chiaramonte
divota, Ragusa, Tip. Ed. Destefano, 1909; Id, Cenni
storici sulla città di Chiaramonte Gulfi, Ragusa, Tipografia Destefano,
1912.
(3) G. Raniolo, Introduzione
alle consuetudini ed agli istituti della Contea di Modica. Vol. II°,
Modica, Ed. Associazione culturale “Dialogo”, 1987; pag.
(4) S. Nicosia, Notizie storiche su Chiaramonte Gulfi, Ragusa, Tipografia Piccitto & Antoci,
1882; pp. 169-170.
(5) Carmelitani
(Provincia di S. Alberto) - Le date di fondazione del convento oscillano tra il
1591 ed il 1596.; la Chiesa di S. Vito fu
concessa dalla confraternita; nel 1650 aveva 10 altari e quello maggiore
patronato a D. Filippo Ventura, UJD, barone del Lago. I frati, 4 sacerdoti e 2
novizi, dimorano in case private.
L’Ordine della B. Vergine del Monte Carmelo o
Carmelitani era diviso in Sicilia in due province religiose: S. Alberto e S.
Angelo. I dati relativi al convento e chiesa di quest’ordine religioso si
trovano pure presso l’Archivio generale
Carmelitani.
6) Francisci patris divo Ventura sacellum
sumptibus erectum, hoc dasque benigno Vito, iuris doctoris nati carique
Philippi. Hinc terrae et coeli premia digna ferent 1662 (Melfi, Chiaramonte divota, cit, pag.72).
(7)
Documentazione in G. Cultrera, L.
Lombardo, 1693 Lo spazio di un
miserere. Cronache del terremoto nel Val di Noto, Chiaramonte G., Utopia edizioni, 1995; pagg. 56 e segg.
(8) Melfi, Cenni etc., pagina 176; Id. La Sicilia sacra, pag.109; Ragusa, Il simulacro e il Santuario, pag.15
11) P. Samulele Nicosia, Vita del martire S. Vito, Ragusa, Tip. Picciotto & Antoci, 1875
12) In Registri di Introito ed Esito della chiesa
di S. Vito, 1909: foglio 52 pagati £ 250 per i 5 quadri della volta, e £
120 per i 4 delle finestre laterali.
Bibliografia
P. Samulele Nicosia, Vita del martire S. Vito, Ragusa, Tip.
Picciotto & Antoci, 1875
P. Samuele Cultrera, S.
Vito Martire, Catania, 1936.
![]() |
| Campanile della chiesa di S. Vito |
Edizione
in italiano: Dizionario topografico della Sicilia, tradotto dal latino ed
annotato da Gioacchino Di Marzo, 2 voll., Palermo, 1855-56.
S. Cucinotta, Popolo e clero in Sicilia nella dialettica
socio-religiosa fra cinque-seicento. Messina 1986.
G. Cultrera, Chiaramonte Gulfi, breve guida alla città, Ragusa, 1993
G. Cultrera, Itinerario ibleo, Chiaramonte G., Utopia edizioni, 1993
G. Cultrera, L. Lombardo, 1693 Lo spazio di un miserere. Cronache
del terremoto nel Val di Noto, Chiaramonte G., Utopia edizioni, 1995
G.
Iacono, Guida alla provincia di Ragusa, Palermo, 1985,
C.
Melfi, Chiaramonte
divota, ossia, Raccolta di esercizi sacri e resoconto storico artistico,
religioso delle varie chiese del Comune, per Corrado Melfi e Melfi Barone
di S. Giovanni e Santa Maria cameriere segreto di Spada e Cappa di S. S: Leone
XIII. Ragusa, Tip. Ed. Destefano, 1909
C.
Melfi, Cenni
storici sulla città di Chiaramonte Gulfi, Ragusa, Tipografia Destefano,
1912
C.
Melfi, Le
opere del Mancino e del Berrettaro in Chiaramonte, Noto, Tip. Zammit, 1929.
S.
Nicosia, Notizie storiche su Chiaramonte Gulfi, pel P. Samuele Nicosia
Cappuccino. Ragusa, Tipografia Piccitto & Antoci, 1882; (ripubblicato,
Ragusa Rotary club, 1995)
R.
Pirro, Sicilia
sacra, Panormi 1694
G.
Puccio, Cenni corografici sulla città di Chiaramonte Gulfi nel 1908,
Ragusa,1910
G.
Ragusa, Il simulacro e il santuario, Chiaramonte Tip. Fornaio, 1962
G.
Ragusa, Chiaramonte nella storia di Sicilia, Modica, F. Ruta, 1986
G.
Raniolo, Introduzione alle consuetudini ed agli istituti della Contea di Modica.
Modica, Ed. Associazione culturale “Dialogo”, Vol I° 1982, vol. II° 1987.
venerdì 5 agosto 2016
Edicola sacra di c.da Piano dell'Acqua. Com'era. Scheda.
Com'era l'edicola di Piano dell'Acqua, di recente restaurata su sollecitazione di un comitato spontaneo; intervento a cura di Carmelo Battaglia (struttura lapidea) e Raffaele Catania (restauro pittorico dell'icona) e di parecchi altri (che ometto, per evitare dimenticanze - che saranno citati in occasione della inaugurazione del 13 c.).
Com'è dopo il restauro sarà oggetto della prossima scheda - che sarà pubblicata successivamente alla "svelata" ed inaugurazione, per non togliervi piacere e sorpresa!
Ubicazione: Contrada Piano dell’Acqua, Chiaramonte Gulfi (RG),
Tipologia Edicola (cm. 150 x 350 x 100) in muratura (zoccolo)
e pietra intagliata
Soggetto Madonna di Gulfi
Icona (cm. 60 x 75) su pietra dipinta (secolo XIX),
raffigurante la Madonna di Gulfi, nel parato proces-
sionale, fra i Santi Giovanni Battista e Vito.
Stato di conservazione Precario: sia struttura che icona.
Anche l’intervento più recente (con la ricollocazione
della cuspide con croce, ripitturazione dell’immagine
e consolidamento della muratura) non è riuscito a
fermare lo stato di deterioramento del manufatto
Storia Fu fatta costruire dalla famiglia Rizza, proprietaria del
fondo sul cui lembo estremo è situata. Don Vito Rizza
(prima metà dell’ottocento) fu notabile ed esponente
politico di spicco a Chiaramonte; suo figlio, Evangelista
Rizza, fu senatore del Regno d’Italia nei primi del ‘900.
In occasione delle Cappelluzze, ad agosto, veniva ornata
e vi si svolgevano i tradizionali festeggiamenti.
Indicata sulla carta IGM.
Nota
Notizie tratte da: Giuseppe Cultrera, IL SEGNO E IL RITO,
Edicole, cappelle e luoghi sacri nel paesaggio umano
di Chiaramonte. Fotografie di Vincenzo Cupperi
( Utopia Edizioni, 2007).
Com'è dopo il restauro sarà oggetto della prossima scheda - che sarà pubblicata successivamente alla "svelata" ed inaugurazione, per non togliervi piacere e sorpresa!
Ph: Vincenzo Cupperi (1989)
Ubicazione: Contrada Piano dell’Acqua, Chiaramonte Gulfi (RG),
Tipologia Edicola (cm. 150 x 350 x 100) in muratura (zoccolo)
e pietra intagliata
Soggetto Madonna di Gulfi
Icona (cm. 60 x 75) su pietra dipinta (secolo XIX),
raffigurante la Madonna di Gulfi, nel parato proces-
sionale, fra i Santi Giovanni Battista e Vito.
Stato di conservazione Precario: sia struttura che icona.
Anche l’intervento più recente (con la ricollocazione
della cuspide con croce, ripitturazione dell’immagine
e consolidamento della muratura) non è riuscito a
fermare lo stato di deterioramento del manufatto
Storia Fu fatta costruire dalla famiglia Rizza, proprietaria del
fondo sul cui lembo estremo è situata. Don Vito Rizza
(prima metà dell’ottocento) fu notabile ed esponente
politico di spicco a Chiaramonte; suo figlio, Evangelista
Rizza, fu senatore del Regno d’Italia nei primi del ‘900.
In occasione delle Cappelluzze, ad agosto, veniva ornata
e vi si svolgevano i tradizionali festeggiamenti.
Indicata sulla carta IGM.
Nota
Edicole, cappelle e luoghi sacri nel paesaggio umano
di Chiaramonte. Fotografie di Vincenzo Cupperi
( Utopia Edizioni, 2007).
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